La cura del benessere: un disastro favolistico e macabro

La cura del Benessere
La cura del benessere si presenta come un thriller psicologico ben costruito, peccato che la parte finale lo trasformi in un disastro senza assoluzione.

Il trailer sembrava anticipare il ritorno in grande stile di Gore Verbinski: la carriera del regista, infatti, dopo il successo di The Ring e La maledizione della prima luna (primo episodio della trilogia dei Pirati dei Caraibi), ha subito una battuta d’arresto negli ultimi anni, soprattutto dopo il mancato successo di The Lone Ranger.

La cura del benessere, secondo le aspettative, sarebbe dovuta essere una pellicola inquietante e potente, in pieno stile hollywoodiano… ma si è rivelato un progetto incompleto, seppur con delle ottime basi da cui partire.

La prima parte della pellicola è davvero notevole e inevitabilmente ricorda Shutter Island di Scorsese. Lockhart (Dane DeHaan), un giovane e ambizioso manager, viene mandato dai suoi superiori in un centro benessere situato sulle Alpi Svizzere, col compito di trovare e riportare a New York l’amministratore delegato dell’azienda, necessario per finalizzare un’importante fusione societaria. Tuttavia, dopo un incidente in macchina, si ritroverà impossibilitato a tornare a casa e diventerà a sua volta un paziente del centro di cura. Scoprirà proprio durante la sua permanenza che la clinica nasconde dei segreti inquietanti.

Il film trascinano lo spettatore in un vortice di dubbi e sensazioni contrastanti, facendolo immergere in un’ambientazione soffocante e paradossalmente malsana. Fotografia e colonna sonora si alternano in un duetto cadenzato e accattivante, soprattutto grazie al motivetto in stile argentiano. Degno di nota è Davide Tura, il direttore della fotografia, che fin dalle prime scene punta l’obiettivo su dettagli minuscoli ma disturbanti.

La cura del Benessere

Purtroppo gli ultimi 40 minuti sono un disastro. Cosa sarà successo durante le riprese? Qualcuno ha gettato il malocchio su Verbinski? Sono finiti i soldi?

Improvvisamente ci si ritrova davanti a un susseguirsi di scene che sembrano provenire, senza un filo logico, da The Walking Dead, Alien e Van Helsing. Tutti i dubbi scaturiti durante la prima parte rimangono irrisolti; il finale, assolutamente sbrigativo e insensato, non concede uno straccio di spiegazione.

Finché l’intento era quello di creare un thriller psicologico, tutto andava bene. Poi, per nostra sfortuna, il regista ha voluto strafare e ne è venuto fuori un disastro favolistico e macabro.

Nota positiva per Dane DeHaan, che regge da solo gran parte del film, e soprattutto per la giovane Mia Goth, che interpreta il ruolo di Hanna, una ragazza con la mente di una bambina inquietante.

In conclusione, l’idea era buona e affascinante, ma purtroppo gli sforzi sono stati brutalmente vanificati dall’accozzaglia finale, piena di elementi eccessivi e fuori luogo. Peccato.