Sorrentino: I “loro due” di Loro 2, la storia di un amore perduto

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Con Loro 2 Sorrentino conclude la sua ultima opera: la storia, personale e politica, di un amore perduto. Non solo la sconfitta di un uomo ma quella di una Nazione che prova ancora a risorgereContinue reading

Con Loro 2 Sorrentino conclude la sua ultima opera: la storia, personale e politica, di un amore perduto. Non solo la sconfitta di un uomo ma quella di una Nazione che prova ancora a risorgere dalle macerie.

Con questa seconda parte cade il sipario su “Loro”. Sicuramente è chiaro a chi ha visto le due parti a breve distanza che Loro 1 rappresenta al tempo stesso sia un film a sé che un prologo della seconda parte. Volendo fare un paragone un po’ azzardato con la tragedia greca, Loro 1 ha svolto nella totalità dell’opera di Sorrentino la funzione del coro: un gruppo omogeneo di personaggi che agisce collettivamente nella scena contribuendo a contestualizzarla.

Diversamente accade nella proiezione di Loro 2, o forse dovremmo dire “loro due”: perché i protagonisti indiscussi di questo film sono due coppie le cui storie si intrecciano indissolubilmente: Berlusconi e Veronica Lario, Berlusconi e l’Italia.

Berlusconi e Veronica Lario, Loro 2

Il film si apre con un dialogo che vede Silvio confrontarsi con Ennio, il suo banchiere di fiducia, entrambi i personaggi sono mirabilmente interpretati da Toni Servillo. Il discorso di Ennio che cerca di far ritrovare la fiducia perduta all’amico è efficace, incalzante, incredibilmente persuasivo. In due parole: scritto bene. Potente allo stesso modo anche la sequenza successiva, quella in cui Silvio rimette alla prova le sue capacità di venditore cercando di rifilare un appartamento a un nome a caso preso dall’elenco telefonico. Un nome a caso ma non per caso, perché il modo in cui il Berlusconi-piazzista intorta la signora, è una fin troppo chiara metafora del modo in cui il Cavaliere ha catturato l’attenzione degli italiani per vent’anni; facendo leva sui sogni, sui punti deboli, sulle aspettative e sui dolori di un popolo. Ed è proprio qui che viene posto l’accento sulle sue incredibili doti di comunicatore, fermo restando che un venditore è un uomo solo, condannato a parlare sempre e a non ascoltare mai.

Tuttavia, nel complesso, com’è accaduto negli ultimi lavori di Sorrentino, il punto debole di Loro è sicuramente la scrittura. Alcune linee narrative rimangono solo abbozzate, altre non vengono affatto sviluppate e restano come un moncherino appeso a un corpus in sussulto. A tal riguardo si può solo immaginare quanto possa essere difficile scrivere una sceneggiatura che stia bene nel vestito stilistico di Sorrentino. Posta questa premessa sono diverse le sequenze riuscite benissimo, una tra tutte il litigio tra Silvio e Veronica Lario, nella quale è comunque emerso qualche limite recitativo di quest’inedita Elena Sofia Ricci. Limiti dai quali non è esente nemmeno lo stesso Toni Servillo, a volte un po’ troppo napoletano, altre un po’ troppo macchietta milanese. Non convince per niente invece la scena tra Silvio e Stella, la “prostituta dissidente”, che ci è sembrata macchinosa, a tratti perfino imbarazzante e sicuramente superflua.

Tolti questi sassolini dalla scarpa, Loro 2 è un film che fa dell’intensità il suo punto di forza. Se il Cavaliere di Loro 1 è un uomo annoiato, quello di loro 2 è un uomo sconfitto, vinto dall’età, dal suo alito da vecchio, da un matrimonio che non riesce più a rimettere insieme, da un amore perduto per sempre. E questo amore perduto è anche il protagonista nel suo rapporto con l’Italia.

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In Loro 2 si consumano quindi due storie d’amore, una personale  e una nazionale, entrambi con un finale tragico, disilluso che lascia spazio solo alle rovine di una catastrofe. Non a caso mentre Silvio riceve l’incarico di formare il governo dal capo dello stato, il cuore dell’Italia viene squarciato dal terremoto all’Aquila. Piena di simbolismo la sequenza finale: con estrema delicatezza la protezione civile estrae dalle rovine la statua di un Cristo mentre gli sfollati seguono l’operazione col fiato sospeso. E non è forse questo Cristo salvato dal disastro, e deposto sui detriti, una chiara rappresentazione della Patria che si rialza a stento dalla tragedia (politica e naturale)? In questo scenario la povera gente allo stremo rimane seduta sulle macerie di una vita che non c’è più, aspettando che quel Cristo risorga, ma allo stesso tempo disillusa e rassegnata al fatto che nessuno verrà a salvarli. E da qualche parte lontano da quelle pietre, Loro vivono la stessa sconfitta, la stessa guerra persa. E nessuno si è davvero salvato, nessuno ha davvero vinto.